Intervista a Batsceba Hardy

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La scrittrice, artista e fotografa Batsceba Hardy, autrice della raccolta In Uteroci racconta chi è e come sono nati i suoi racconti.

Batsceba Hardy, tu ami definirti un’artista dell’irrealtà. Ci spieghi meglio che cosa intendi?

Premesso che non amo le domande e nemmeno le definizioni, posso provare a spiegare. Quando ero piccola ho sempre pensato che avrei potuto benissimo essere solo il personaggio del sogno di un altro e così quando ho incontrato uno scrittore nativo americano ho capito perfettamente cosa voleva intendere, dicendo che noi siamo ciò che immaginiamo e la nostra vera vita consiste in quello che noi immaginiamo di noi stessi.
Ecco, “artista” (definizione degli altri perché io preferisco pensarmi come un’artigiana dell’arte) dell’irrealtà, significa proprio questo: poter stare al di fuori, al di là. Vivere perennemente negli interspazi, quelli che possono essere colti dall’obbiettivo fotografico o dal raccontare. Non avere confini, obblighi. In molti miei scritti parlo di invisibilità, trasparenza. E anche nei miei lavori fotografici parlo di vuoto e pieno. Di assenza. Più chiaro?
(Sto sorridendo pensando di avere confuso anche di più. Ma, in fondo, cos’è la realtà?)

E ora veniamo alla tua raccolta In Utero. Nove mesi, nove racconti, nove storie di maternità. Quanto influisce l’essere madre sul tuo modo di scrivere?

Sul mio modo di scrivere nessuno, anzi, direi che per me non esiste differenza fra uno scrittore donna o uomo. Sin da piccola mi sono sempre sentita un essere, prima di tutto, e l’appartenenza a un sesso non è fondamentale. La maternità è vero, è solo femminile, ma non è stato questo a smuovere il mio interesse, quanto proprio la differenza fra le varie reazioni. Come un’indagine sociologica. Avrei potuto andare avanti, ma un racconto al mese mi è sembrato perfetto.

Il titolo è un chiaro omaggio ai Nirvana e ogni racconto è legato a una canzone. Quanto la musica condiziona la tua arte e in particolar modo la tua scrittura?

Diciamo che è un richiamo. Anche Kurt è stato un figlio difficile e ha avuto “una maternità”. E il suo album è stato una pietra miliare.
La musica? E’ essenziale nel mio atto creativo. Ogni racconto, ogni romanzo ha una colonna sonora diversa, che va in loop e mi accompagna fino alla fine. Mi faccio guidare dall’udito e le sensazioni che ne ricavo, odori colori dolori, le traduco nelle parole. Anche molte fotografie hanno una colonna sonora. Eppure amo il silenzio.

E ora un po’ di pubblicità. Perché leggere il tuo libro?

Perché è bello. E’ un po’ come rinascere.