Il rosa è conservatore o progressista?

(Chiacchierando di colori, generi letterari e principesse Disney, davanti a una tazza di tè)

di Mara Roberti

 

Il rosa è conservatore o progressista? Me lo chiedevo l’altro giorno, insieme a un’amica. Sì, il rosa, proprio il colore, con tutte le sue connotazioni, letterarie e non.

Secondo la mia amica il rosa è conservatore. Non aveva dubbi. La mia amica è una di quelle persone che ti saltano addosso se dici avvocato invece di avvocata, per intenderci. Una femminista incrollabile. Per lei il rosa è il colore dei giocattoli sessisti, delle discriminazioni di genere, dei ruoli imposti alle donne e degli stereotipi da abbattere.

«E in letteratura?» le ho chiesto.

Lei ha storto un po’ il naso (non lo considera proprio “letteratura”, il rosa, ma visto che conosce i miei libri ha abbozzato e ha evitato di commentare) e poi ha detto che certo, ovviamente anche il rosa come genere letterario era conservatore. O almeno era retrogrado, sessista, discriminante.

Ho bevuto un sorso di tè (nero, un Lapsang Souchong) e le ho chiesto perché.

«Perché sono romanzetti scritti per tenere le donne a casa a sognare sogni impossibili, farneticando di maschi alfa e senza mai decidersi a prendere in mano la propria vita!»

«Che cosa c’è di male a sognare? I grandi lottatori, gli uomini che hanno cambiato il mondo, non hanno forse iniziato con un sogno? Ogni battaglia comincia con un sogno. Perché non quelle delle donne?»

Okay, lo ammetto, ho giocato un po’ sporco, sapevo che parlando di “lottatori” e di “battaglia” l’avrei stesa. E infatti lei ha scosso i capelli ricci e per un po’ non ha ribattuto. Ma solo per un po’. La mia amica non è il tipo che metti a tacere facilmente.

«Il maschio è sempre un dominatore, in quei romanzi, e la donna sempre in posizione subalterna» ha detto infatti dopo qualche minuto.

Ho sospirato. L’aspettavo al varco: «Eh, no. Stai commettendo lo stesso errore di chi dice che le favole Disney sono maschiliste. Prendimi una sola fiaba in cui il principe ne combini una giusta e non sia inutile. Nelle fiabe sono le principesse che contano, sono loro a fare la differenza. I principi prima ti baciano e poi ti chiedono come ti chiami, arrivano sempre in ritardo e senza le donne non troverebbero mai le armi giuste per dare la caccia al drago… Non sono loro i protagonisti, loro sono soltanto delle spalle.»

Sorrisetto di intesa. Nessuna delle due ha detto che in questo le fiabe erano molto realistiche, ma lo abbiamo pensato entrambe.

«Secondo me il rosa è la chiave dell’emancipazione femminile, invece» ho proseguito io. «Il rosa intelligente, ben scritto, senza dominazioni di sorta, è un modo per restituire alle donne la voglia di sognare, perché le donne combattono quando si emozionano, è allora che non le ferma nessuno. E il femminismo questo non l’ha mai capito. Nessuno è capace di lottare come una madre, perché lo fa a partire dall’amore, è l’amore a costringerla a scendere in campo, a impedirle di mollare, a obbligarla a dare tutta se stessa. Ecco perché il rosa dovrebbe essere la chiave del femminismo, non la sua negazione. I sospiri delle donne non sono un segno di debolezza, come credono tutti. Al contrario, sono l’origine della loro forza.»

Ero molto soddisfatta del mio intervento e la mia amica d’un tratto ha sorriso, un sorriso così dolce che ero sicura di averla conquistata. Sì, l’avevo proprio convinta, perché si è illuminata tutta in viso. Mi sono appoggiata allo schienale, come una condottiera esausta. Poi però lei ha agitato la mano per salutare qualcuno alle mie spalle. E ho capito che il sorriso non era per me.

«A proposito di madri» ha detto, in tono un po’ ironico, ma venato d’affetto.

E quando mi sono voltata ho visto sua figlia, una magnifica adolescente con il passo da gazzella in due anfibi rosso fuoco, che ci veniva incontro.

Ha dato un bacio rapido a sua madre, uno a me e si è seduta, assumendo all’istante l’aria annoiata e l’espressione di chi ha subito una terribile ingiustizia tipica di qualunque adolescente lontano dal branco. Poi ha preso il telefono dalla tasca del giubbotto e ha iniziato a digitare rapidissima sui tasti.

«Tu che cosa dici? Il rosa è conservatore o progressista?» le ho chiesto a bruciapelo.

Mi ha guardato aggrottando appena la fronte, senza smettere di digitare. Poi ha alzato le spalle. «Non so. A me il rosa fa schifo.»

Ugh. Ecco che cosa succede a chiedere agli adolescenti. Poi devi saper incassare le risposte.

«Giusto nell’intimo, lì sì, è ok. Per il resto è out.» E si è rimessa a digitare.

Nell’intimo, ho pensato, sì, in fondo aveva un suo perché, a rifletterci.

Sua madre le ha dato una leggera gomitata, come a ricordarle che la sottoscritta scriveva libri… rosa, appunto.

L’adolescente, con i riflessi più rapidi che abbia mai visto, ha sorriso al display dopo aver letto un messaggino, ha ripreso a digitare, mostrato una foto a sua madre e poi mi ha guardata.

«No, ma quello che scrivi tu è diverso» ha detto.

«Ah sì? E com’è, conservatore o progressista?»

«È social» ha risposto, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Il rosa è social. Accidenti, aveva ragione lei. Il rosa è stato il social quando i social ancora non esistevano, il facebook dei tempi andati, i cinguettii di quando a cinguettare erano solo gli uccelli, senza limitazioni di caratteri. Perché il rosa unisce le lettrici, dal rosa nascono gruppi, circoli, club di lettura, del rosa si parla. Bisogna parlare. Perché noi donne abbiamo bisogno di parlare come di respirare, di chiacchierare, ascoltarci, non ascoltarci, litigare, emozionarci, essere social. Appunto.

«Visto? Le femministe dovrebbero leggere più romanzi rosa!» ho detto ridendo alla mia amica, prima di bere un altro sorso di tè.

Lei mi ha lanciato un’occhiataccia, ma sorrideva.

L’adolescente alla parola “femministe” ha iniziato a digitare più rapida che mai sui tasti dello smartphone, che, me ne sono accorta solo in quel momento, aveva una magnifica cover rosa.