Emma Life: la storia vera di Halyna Haran raccontata da Cristina Zagaria

Ve lo avevamo detto fin dall'inizio: il mondo della scrittura femminile ha smesso da tempo di essere semplicemente ‘il mondo del rosa’.

L'evasione romantica, il sogno passionale, le fantasie sentimentali che ci regalano preziosi momenti di svago, che ritagliamo per noi stesse o che condividiamo con le amiche, rappresentano soltanto una delle molteplici sfaccettature del femminile.

Un femminile che va oltre l'essere donna e simboleggia, anche a livello archetipico, la cura e l'attenzione verso il prossimo di cui ogni essere umano, a prescindere dal sesso, può essere capace.

Forse proprio l'empatia e la solidarietà hanno spinto Cristina Zagaria a scrivere La Tata, unite a una grinta che da sempre spinge l'autrice a ribellarsi contro le ingiustizie, attraverso la sua penna e le sue parole.

Non è infatti la prima volta che la giovane giornalista di Repubblica si impegna in prima persona a raccontare storie scomode, di femminilità violata e di umanità calpestata. Basti pensare a Malanova, la "portatrice di sventure", la "puttana" che ha osato svelare il branco che le ha avvelenato la vita per difendere quella della sua sorellina, ma che per tutto il paese (San Martino di Taurianova, in Calabria) "se l'è cercata" e ha osato infrangere la regola dell'omertà. È la storia vera di Anna Maria Scarfò, prima donna in Italia sotto scorta perché minacciata di morte dopo aver denunciato i suoi stupratori.

Dopo l'incubo di Anna Maria, una donna guidata dal proprio coraggio e finalmente protetta dalla legge sullo stalking, Cristina ci racconta la vicenda di Halyna Haran, una donna che voleva rispettare una legge che non ha voluto rispettare lei.

Cristina Zagaria ha vissuto in prima persona le ultime ventiquattro ore in Italia di Halyna Haran e ce le racconta come se fossimo noi a viverle. Ventiquattro ore dove non c'è traccia di empatia o di solidarietà. Ventiquattro ore segnate dalla morsa gelida di un meccanismo kafkiano tanto spietato quanto assurdo, tanto vuoto quanto soffocante. Ventiquattro ore che strappano Halyna dalla sua vita, dal suo lavoro, dai suoi affetti.

Mi sono tolta le scarpe. Sono stesa sui sedili imbottiti del treno diretto a Termopil e continuo a sentire la voce dell’impiegato del centro immigrazione. Lui vedrà decine e decine di immigrati ogni giorno, tutti i giorni. Ucraini, nigeriani, pakistani, cinesi. Sarà esasperato. Come alcuni italiani. Ma io sono Halyna Haran. Ho un nome. E l’Italia, da dieci anni, era la mia casa. È un paese che non mi ha dato solo denaro da spedire in Ucraina. Mi ha dato una famiglia.

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